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#FUSAEgoestoanywhere (what I liked on a twitting tourneé) ovvero ciò che mi è piaciuto nel fare una tourneé twittata

Questo post verrà pubblicato sia in italiano che in inglese. Per educazione e ospitalità comincerò con quello in lingua inglese, dedicandolo ai colleghi della Skandinaviska Osteopathögskolan In Sweden for now!

This is a new tagged chapter for FUSAE method. FUSAE recently goes to Sweden at the Skandinaviska Osteopathögskolan  in Goteburg for a postgraduate course in which it was the partner for the Tensegrity – Fascial Unwinding an Still technique taught by Paolo Tozzi.
Once again we have integrated and fused together the ultrasonographic imaging that I developed for the fascial-motion studies with the concept of an holographic structural network.
The participants were really enrolled by the discussion, the aim arguments and the dynamic and real-time pictures and clips of structure, organs and their relative relationships.
In the next days, month and years we will have some sharing project to promote the diffusion of these topics both in congress and institute.
We found a good interface and compliance with colleagues new to these concepts and point of views…that sometimes could be a shock to some acquired concepts and beliefs.
The dynamic US imaging is quite different except forreal time dynamic observation and fascia-motion. Another aspect that  is growing up with THE FUSAE model is the anatomic mapping of structure, not so clearly palpable and the correlation between the cutaneous specific findings and the structure underneath.
The macroscopic direction of fascia and connective tissue (i.e. tendons) are the most important benefits that FUSAE could provide to the knowledge of anatomy in the alive patient helping the dissection anatomic specimen.

Many cases were showed during the first day of the course but with a detailed and simply adapted explication of physical property of US diagnostic imaging, the orientation of the image both in transverse and longitudinal position and also the mainly characteristic of the 256′ greys tone imaging.
After the Keynote “inner motion and deep relationship” some volunteer underwent to US examination to show to the other colleagues what THE FUSAE concept the osteopath ultrasonographic application of this method are.
Along  the second and the third day I checked pre and post TRT the volunteers and patients (#2) that came to school for a specific investigation.
Paolo Tozzi was there to link the pure osteopathic approach and language with my clinic point of view.
All the patients that underwent to US examination were informed realtime of the results and eventually of some abnormal specimens if detected.
The tensegrity mode was illustrated on this second day while the Unwinding and Still tecnique on the third by Paolo himself.
I was there to support his detailed teaching to correlate with clinical US approach.
Now I’m waiting for a feed-back form from so, in order to understand the limits and to increase the quality and comprehension of this not so simple topic.
Paolo and myself know that there are many other courses that try to combine the osteopathic approach with the US investigation, but we think that own fellowship is different ‘cause we both had a multiple modality  approach to the human body due to the our different but comprehensive experience.
For what accounts myself  after so many years in surgery, emergency units and ultrasonology I have found application of this “background” in the osteopathic field, in didactic but also in the objectivation of therapeutic results overall on FASCIA.

 

I hope we’ll meet each other again in the future … sooner or later

 Davide Bongiorno

 

Un augurio speciale

Oggi è il 25 dicembre, Natale. Oggi scriverò ma solo auguri a tutti quelli che nei mesi scorsi hanno seguito e nei mesi che verranno seguiranno ancora quello che avró da dire, curiosità, novità o cose vecchie rivestite di nuovo per condividere con tutti la meraviglia di questo lavoro.
Ora vi lascio, mi aspetta una deliziosa veneziana “al caffè”.
Buon Natale a tutti e che si possa continuare a nutrire la curiosità perché se la si perdesse si smetterebbe di essere Osteopati e si continuerebbe solo a farlo.

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Considerazioni osteopatiche in libertà: la FUSionÆ possibile

Buongiorno a tutti Voi,

sono trascorse alcune settimane dall’ultimo post e mi sono chiesto perché.

Non ho più argomenti?

Forse non sono più così innamorato di questo bloggare osteopatico? Mi sono pertanto sforzato di cercare delle risposte.

Tra gli ultimi argomenti trattati alcuni in particolare mi hanno impegnato molto dal punto di vista intellettuale ed anche emotivo…mi sono chiesto se fosse stata presunzione la mia. Che la valutazione ecotopografica dinamica anatomica e i punti di repere fosse troppo critica??

Quello che ho descritto con FUSÆ aveva un obiettivo “rimettere al vostro giudizio alcune nozioni di osteopatia viscerale che non trovano corrispondenza con l’anatomia reale”

e cosa è successo?…

…il silenzio!

Le esperienze avute dal 2002 ad oggi mi permettono di porre l’accento su un carattere che purtroppo ho riscontrato più spesso tra i colleghi di altre specialità, in particolare di quanti rifiutano di confrontarsi con l’obiettività.

Chi conosce me, conosce il mio lavoro di questi ultimi 10 anni, conosce il mio punto di vista sui protocolli, sui concetti di medicina basata sull’evidenza e sulla sua applicabilità all’osteopatia e conosce anche come sia difficile trovare un modo perché un concetto , non una completa interpretazione filosofica, possa essere accettato.

Recentemente è  accaduto un evento che mi ha colpito. Uno studente prossimo al diploma in osteopatia, volendo impostare una revisione della letteratura “osteopatica viscerale”  sui reperi viscerali secondo un modello anatomico “ecotopografico”, ha avuto problemi nel far comprendere come alcuni reperi viscerali avrebbero meritato una revisione critica.

In un epoca dove la velocità dell’evoluzione tecnologica crea continue nuove regole accade che talvolta si abbia la difficoltà, quasi per un atteggiamento “vintage”, ad accettare che le basi e i principali concetti debbano essere rivisti.

L’ultima vera rivoluzione è stata quella galileiana e qui poi non si tratta di questo ma semplicemente di riferirsi ad una anatomia topografica, chirurgica, radiologica ed ecografica. Affermare che i punti palpatori dell’osteopatia viscerale fanno riferimento all’anatomia deve poi farci ricordare che l’anatomia, se considerata scienza esatta, deve essere confrontabile e ripetibile.

Confrontabile e ripetibile e questo è quello che è accaduto ancora ieri nel corso del secondo incontro (conclusivo?) con alcuni degli osteopati della S.O.A. (Suedtirol-Osteopathy-Alto Adige), per l’oggettivazione ecografica valutata in un meraviglioso workshop dove ho invitato i colleghi a lavorare a coppia secondo le loro modalità e indicazioni osservando le modificazioni pre- post-trattamento di alcuni organi o strutture scelte come target: reni (dx e sin), vene giugulari, esofago cervicale e vene dell’inlet inguino-femorale. Incredibile l’entusiasmo e l’atmosfera che si è creata.

Un esempio su tutti la differenziazione tra mobilità o restrizione di mobilità anteriore (rene/fegato) e posteriore (rene/psoas). Un “paziente” ha avuto incrementi di mobilità viscero-viscerale con le tecniche viscerali (2 tempi di applicazione delle tecniche con step di valutazione intermedia), ma la restrizione di mobilità viscere/struttura si è normalizzata solo dopo aver interagito direttamente sulla struttura. Chiaramente stiamo parlando di modificazioni istantanee riaffermando, come già da me detto in varie occasioni sul blog o in ambiti piú tipicamente didattici, che  le tecniche viscerali introducono, piú di altre, l’onda lunga delle risposte neurovegetative e occorre piú tempo per ottenere lo stesso risultato (!)…in taluni casi piú duratura perchè non solo meccanica.

La conoscenza dei punti di reperi anatomici è la vera responsabile dell’efficacia terapeutica per quello che comprende visualizzazione ed intenzione, entrambi molte volte ritenuti il “lato oscuro” dell’osteopatia.

La diffusione delle conoscenze anatomiche, valutate e identificate in tempo reale con la tecnica F.U.S.A.E., consentono di rendere uniforme e confrontabile l’esperienza semeiologica tra osteopati e medici negli ambiti di diagnosi differenziale che talvolta a noi osteopati manca, a mio parere, per una troppo semplicistica e talvolta errata identificazione di organo/quadrante, la mappatura palpatoria. Questo è stato il feed-back dell’incontro con alcuni colleghi del Trentino, del workshop in alto-Adige e anche, non ultimo, quello dei “somatici” studenti della SOMA di Milano che ho portato al limite della sopportazione il 1* marzo scorso (…non è ancora finita 😉 )

…work in progress? “la spalla che suona”

A presto

DB

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Considerazioni Osteopatiche in libertà / p. 2

[segue da parte 1]

…”Strutturale cervicale si? no!”… questo era il mio pensiero quando finii la scuola e mi diplomai nel 2002…

Soprattutto il rachide cervicale mi trovava sbilanciato, con la sensazione di non averlo nelle mie corde ma anche di non essere io nelle sue: non eravamo fatti l’uno per l’altra 🙂 Non posso chiamarla paura ma la sensazione è la stessa di quando devi comportarti in un modo che non ti appartiene…come quando all’età di 7 anni mia madre volle che, in occasione del saggio di chitarra classica alla Scuola Civica di Corsico, indossassi la giacchina color vinaccia che “…ti sta benissimo…” soprattutto con il dolcevita color panna sotto; delusi mia madre entrando sul palcoscenico della sala anfiteatro senza giacchina e con la sola dolcevita…(fosse stata nera avrei potuto precorrere Jobs 🙂 ) ma quel brano di Sagreras risuona ancora nella mia testa (come può un chitarrista suonare con la giacchina? soprattutto quando la mia chitarra medium-size aveva in bella mostra l’adesivo del concerto di Woodstock sulla cassa (!)…opera di mio fratello Valerio, l’attore, hendrixiano midollare.

Ognuno quindi cerca la sua modalità per affrontare le proprie prove…la cosa importante è conoscere e cercare di capire il perchè alcuni meccanismi non si attivano…dove è quel maledetto selettore, quel bottoncino che attiva tutto, che permette un download alla Matrix delle tecniche …

Purtroppo non ho mai sopportato di sentirmi riferire di “osteopati” che lavorano a distretti e in sedute successive (oggi il cranio, la prossima volta strutturale, però solo arti inferiori perché i superiori la prossima volta!! la mando da un collega che è esperto in problemi e tecniche strutturali agli arti superiori!!) amici carissimi vorrei fossero solo battute per fare il comico ma ahimè questo è un caso capitato per davvero; altri che scelgono una categoria di tecniche e le utilizzano non in un paziente che ha quelle specifiche problematiche (i.e. tecniche viscerali per paz. con ernia jatale) ma che utilizzano solo una categoria quale che sia la problematica e la sua origine, perchè in quella sono dei “campioni”. Capisco ma non la giustifico soprattutto se utilizzata a sproposito per fini ingannevoli verso i pazienti.

Dalla fine della scuola passarono almeno 2 anni prima che le tecniche di thrust come per magia divenissero “semplici” e “efficaci”. In quei due anni lavorai molto con i miei amici e compagni di lavoro, Emilio Maggi e Alessandro Fugazza, e in particolare fu Ale a darmi la fiducia che mi mancava…offrendosi come cavia per le tecniche, cosa che già facevamo prima del Diploma e nelle cliniche che ci inventavamo per affinare le tecniche.

Nelle disfunzioni cervicali le tecniche che fino a quel momento utilizzavo erano le funzionali, le miotensive e quelle ad energia muscolare secondo quanto ci era stato insegnato a scuola…anche se Sutherland era veramente scomodo. I thrust mi affascinavano per la loro precisione, per l’estetica e per la loro efficacia così immediata, quando correttamente impostati..ecco forse era quella la chiave, quello il modo per poterne beneficiare, capire e affinare la posizione con il tensionamento e il piccolo impulso, piccolo per ampiezza e di alta velocità…ci vollero numerosi pazienti e molti mesi.

Cosicchè mi ritrovai ad eseguire le tecniche di manipolazione strutturale delle cervicali senza che neanche me ne accorgessi (!)…”all’8° anno” come ho sempre detto ai miei studenti del corso di vertebrale quando al 3° anno di corso, affrontando le cervicali, mi rivedevo in loro con le stesse perplessità, timori e una grande “?” che usciva dalla testa (talvolta mi spaventava di più un “!“). Dicevo loro che non dovevano correre per imparare ad imitare, scimmiottare, le posizioni che vedevano eseguire da me o dagli altri insegnanti o dai tutor, ma dovevano digerire e metabolizzare la tecnica raggiungendone la conoscenza adeguata per non creare danni e per non renderne nulla l’efficacia; con il tempo sarebbero arrivati a scegliere la strada per loro congeniale, per ognuno, singolarmente.

[Ritengo fondamentale quanto ho trascritto alcuni mesi fa su FB, partendo da un aforisma, sul principio di insegnare dubbi, non certezze e soprattutto di insegnare a dubitare sempre di ciò che insegni…porre il dato critico come filtro per quanto si riceve ma anche per quanto si da…non credendo mai al fatto che ciò che insegni sia stato chiaro ma fare come nel mio adorato jazz “registrando” takes e alternative takes].

Come si può uscire da questo labirinto?

Personalmente penso fondamentale sia la presa di coscienza dei propri limiti e nel riconoscere che tali limiti siano solo volontariamente nostri e che, citando S. Zanolli, “la consapevolezza della paura, la possibilità dell’osservarla senza negarla, sono punti di partenza per uscire dal circolo vizioso che aggiunge paura a paura” e che, ancora S.Z., “solo prendendo coscienza di quanto deboli ed esposti siamo agli stimoli esterni saremo in grado di controllarli”*

*Sebastiano Zanolli “Paure a parte” – FrancoAngeli Ed. 2006

L’aspetto che ho trovato interessante è quanto si possa essere indotti nella fragilità e nei dubbi del nostro operato quando non ci si metta in posizione neutrale nei confronti dell’altro, del nostro paziente. Si deve però tenere ben presente cosa sia la “neutralità” che non considero affatto l’essere asettici, distaccati bensì compassionevoli ma non di riflesso. Neutri nel senso del non aggiungere del “nostro” al “loro”. Parole grosse, si! perché se si è vitali, viventi e nutriti dal mondo, si è anche coinvolti da tutto ciò che ci riguarda (la vita, gli affetti, il lavoro, la politica, l’economia…) ma non si debbono trasformare questi elementi in filtri o peggio in elementi additivi.

In quanto segue illustrerò il mio modo di interagire con il paziente, in particolare per problematiche che coinvolgano il tratto vertebrale cervicale anche se ritengo queste “note” o “cenni” universali.

Quando lo si approcci dobbiamo utilizzare delle regole precise e dei protocolli di valutazione che poi perfezioneremo rendendoli nostri, standard per il nostro modo di lavorare. Devo fare due precisazioni:

1. non mi sto contraddicendo parlando di protocollo perché, mentre li trovo penalizzanti nelle tecniche (fatto salvo alcune precise indicazioni che vedrò di segnalarVi prossimamente) così non li considero nei test che dal generale si devono dirigere poi al particolare (“l’aquila e la tartaruga” per citare uno dei miei maestri: l’amico Pascal Ceyrat DO MROF)

2. standardizzare il nostro modo di lavorare non è un limite e non è neppure un’applicazione fantasiosa ma è il risultato di un processo di organizzazione dei dati acquisiti per poi organizzare il programma terapeutico (test e normalizzazioni osteopatiche)

3. Capita spesso di seguire corsi, di leggere pubblicazioni, dove si introducono nuovi metodi di valutazione e di indagine. Alcune volte questi nascono per caso, per la curiosità degli operatori, dei professionisti, che utilizzano alcuni test che divenendo ripetibili e riproducibili possono essere considerati validi.

I test, che ricercano disfunzioni di mobilità, devono essere necessariamente meccanici, cercando i movimenti delle vertebre nei tre piani dello spazio, attorno agli assi ortogonali ai piani. Qui di seguito alcune immagini schematizzate dei tre movimenti che debbono essere sempre visualizzati dall’osteopata quando si eseguino i test.

20120805-181036.jpg

Movimenti sagittali (flessione/estensione) sul piano sagittale

attorno ad un asse trasversale

20120805-181047.jpg

Movimenti di inclinazione laterale [SB side-bending] (destro o sinistro) sul piano frontale

attorno ad un asse antero-posteriore (nell’immagine un SB sin)

20120805-181053.jpg

Movimenti di rotazione [R] (destra o sinistra) sul piano orizzontale

attorno ad un asse verticale

Dobbiamo considerare che biomeccanicamente i movimenti in E o F, che possono interessare “coppie” funzionali e movimenti isolati di una vertebra rispetto la sottostante, vedono associarsi movimenti di rotazione e inclinazione omolaterale. Quando si abbiano le curve di ampi gruppi di vertebre (i.e. scoliosi) si assiste ad una R che è opposta al lato di SB. Oltre alle scoliosi possiamo riferirci alla “pisa syndrome” [una NSR tardiva talvolta reversibile anche con terapia farmacologica] che puó riscontrarsi in pazienti affetti da patologie neurologiche come il Parkinson o in pazienti trattati con Risperidone (Altzheimer disease).

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Considerazioni Osteopatiche in libertà / p. 1

Alcune settimane fa nel cercare articoli di recente e non recente pubblicazione riguardanti il low back pain (n.d.r. ammetto che il mio particolare interesse per il LBP è legato alle correlazioni viscerali renali che abbiamo trovato, verificato, studiato e in seguito pubblicato io con Paolo Tozzi e per vedere quali sono le “new clinical directions”) mi sono imbattuto in un articolo, pubblicato nel Maggio scorso sul JAOA, dal titolo “EFFICACY OF OSTEOPATHIC MANIPULATIVE TREATMENT FOR LOW BACK PAIN IN EUHYDRATED AND HYPOHYDRATED CONDITIONS: A RANDOMIZED CROSSOVER TRIAL”, dove veniva valutata, in modo curioso, l’efficacia del trattamento manipolativo osteopatico (OMT) nel dolore lombare basso. Il dolore lombare è uno degli elementi più valutati per il fatto che l’85% di tutti gli individui ne sono affetti, in particolare dalla variante nota come LBP (Low Back Pain), che definisce la Lombalgia (da non confondere con la Lombo-sciatalgia o Sciatalgia). Questa pubblicazione ha attirato la mia attenzione per la corrispondenza che talvolta mi capita di verificare clinicamente tra la risoluzione di “lombalgie” lievi e moderate attraverso la assunzione di abbondanti quantità d’acqua, la cosiddetta “idropinoterapia”…è quindi curioso trovarsi di fronte a una pubblicazione che  combina l’idratazione con OMT…ma ben vengano le associazioni. Cosí si stimolano le discussioni che altrimenti si esaurirebbero all’interno di un gruppo senza la multidisciplinarietà e lacomplementarietà che è la forza delle discipline “figlie” e “sorelle” dell’Osteopatia.

Anche altri  lavori, più o meno attuali, hanno valutato l’associazione con procedure od elementi complementari che, associati alla OMT, potessero modificare i risultati nel senso di una diminuzione della percentuale di insuccessi.

Per esempio una revisione delle medicine Alternative e Complementari “Survey Results: OMT and CAM” (J Am Osteopath Assoc. 2009 Jul;109(7):346-7) o anche “Effectiveness of Osteopathy in the Cranial Field and Myofascial Release Versus Acupuncture as Complementary Treatment for Children With Spastic Cerebral Palsy: A Pilot Study” (J Am Osteopath Assoc. 2008 Oct;108(10):559-70) confortano il dato.

Tra le altre associazioni riportate in letteratura possiamo citare anche quella con lo Yoga pubblicato sul JBMT di Leon Chaitow nel gennaio 2011 (Osteopaty and hatha yoga) di cui riporto l’abstract a pié dell’articolo **

Vorrei ora, dopo queste premesse e a tale proposito, condividere il mio pensiero su questo ricorrente  “elemento” concettuale: associazione

Da quando ho iniziato a praticare come osteopata ho avuto sempre una sensazione mista di grande compiutezza ma, di contro, anche di carenza. Se da un lato infatti coglievo la possibilità di ottenere risultati talvolta eccezionali in situazioni che non avevano avuto completo beneficio dalle tecniche più note ed accreditate, dall’altro accusavo il senso di frustrazione quando i risultati non si verificavano (incredibilmente piú nei casi considerati semplici a priori…ma questo aspetto meriterebbe un post a parte) e di conseguenza la necessità, non solo mia ovviamente, di colmare il vuoto attraverso l’associazione con procedure adiuvanti.

Ho pertanto maturato con il tempo il seguente personale pensiero: Considerare l’Osteopatia come una Medicina a sé stante ci porta talvolta a volerne ampliare i margini e i territori di intervento, oltrepassando ciò che è nella sua specificità l’ambito funzionale. Se consideriamo l’Osteopatia come una scelta terapeutica complementare, pertanto associabile ad altre procedure pur partendo da fondamenti filosofici differenti, questa deve raggiungere assieme alle altre medicine l’obiettivo comune che risiede nella salute dei pazienti.

L’associazione dell’OMT con altre procedure dovrebbe essere considerato perciò non un obiettivo semmai un tramite per raggiungere lo scopo sopra citato.

Quando il Dr. Still compì l’opera di strutturare e regolamentare l’osteopatia era non solo un medico in rottura con il suo tempo ma soprattutto un pioniere, secoli avanti rispetto a quanto la medicina ufficiale spiegava nei concetti di malattia e salute, benessere e malessere, concetti di cui ancora oggi si parla e con i quali si fa spesso confusione. Il suo essere avanti rispetto ai suoi contemporanei lo esponeva a critiche ma lo rendeva anche libero di potersi occupare di ciò che nessuno aveva tra i propri obiettivi:

1. la centralità dell’uomo, una visione olistica primordiale sicuramente strana per un medico dell’occidente (unità di corpo, mente e spirito)

2. il matrimonio concettuale e filosofico con il pragmatismo americano (Pierce)

Senza correre il rischio di essere definito blasfemo considero personalmente A.T. Still talmente avanti che se fosse ancora presente, pur noto per la sua personalità forte e determinata, oggi avrebbe certamente superato alcune delle attuali convinzioni che vedono l’osteopatia, o che la vogliono, ferma e statica: forse trovando un punto di equilibrio tra le varie medicine perché i radicalismi non soltanto non portano da alcuna parte ma sicuramente non ci fanno crescere.

Filosoficamente e concettualmente ciò che è anti-dogmatico corre il rischio di diventarlo…il combattere strenuamente contro una teoria/disciplina/credenza ci porta inevitabilmente a crearne un’altra ancora più chiusa e rigida.

Un giorno durante una simulazione di  “pratica clinica” in classe mi trovai a discutere animatamente con l’insegnante di allora, affermando che ciò che piú amavo dell’osteopatia era la  libertà che concedeva nello scegliere la strada nell’approccio e le modalità di test e tecnica. Venivo da un mondo rigido (ndr la chirurgia!!) e cercavo una reale alternativa che fosse piú congeniale al mio modo di vedere e che lo fosse con il paziente. A tale proposito, qualche tempo dopo,  con i miei compagni di lavoro e di scambio Alessandro Fugazza (DO) e Emilio Maggi (DO) iniziammo a lavorare nel creare correlazioni tra i motivi di consulto osteopatico e le biomorfologie, le biotipologie della medicina ippocratica (sanguigno, bilioso, nervoso, linfatico)…trovando interessante e complementare l’ottenimento di una “lettura” puntuale dei pazienti (ndr altro grande elemento ben più importante della applicazione di grandiose tecniche!!).

In questo brevi note di osteopatia ho voluto riportare e condividere gli elementi di questa “mutazione”, di questo cambio di rotta, per evitare di finire naufrago sulla spiaggia dei dimenticati. Sono fortemente convinto che non lo saró ne io ne tutti quelli che lavorano per portare l’osteopatia negli altri ambiti, quelli piú difficili ed ostili…ambiti dove si trovano gli ignoranti per scelta e gli ostili per vocazione.

Queste che seguono avrebbero dovuto essere la prefazione ad un manuale di osteopatia (un breviario a la Proust ?! ) per una versione scritta, arricchita e meglio strutturata di quello che è stato il Corso di Osteopatia Strutturale del Rachide, Torace e Coste, da me tenuto presso la ATSAI (A. T. Still Academy Italia) negli anni 2007-2012.

Perchè pubblicarlo nel blog? forse perchè mi sembrava un peccato non aggiungere qualcosa di personale a quanto è stato da me tentato di spiegare, sia in teoria che in pratica, dopo anni di studio, insegnamento e di pratica osteopatica.

Ho voluto seguire tracce già da altri indicate, non potendo inventare nulla di nuovo (“una rosa è una rosa”) ma migliorando e esemplificando vecchi concetti e intuizioni personali.

e di questo sono felice (…questa in fondo mi sembra cosa di non poco conto)

Ringrazio pubblicamente quanti hanno voluto premiare la mia tenacia e la pazienza di coloro che si sono consumati ascoltandomi 🙂

<<Non solo l’osteopatia ma molte medicine cosiddette non-convenzionali (ad es. medicina steineriana presentatami da una collega con cui lavoravo nel 2003-2004) ritengono “centrale” il ruolo di supporto dinamico del rachide. L’alternanza delle note curve fisiologiche, comprendendo anche la forma convessa posteriormente dell’occipite e del sacro, vedono un alternarsi di superfici convesse e concave che, quando l’equilibrio le mantiene, si completano nel ruolo di ammortizzatori verticali disponendosi a formare diaframmi paralleli al terreno. Questi diaframmi si localizzano nel punto di transito delle curve rachidee e sono definibili, elencandole in direzione cranio-caudale, come d. occipito-atlantoideo, d. cervico-dorsale o toracico superiore, d. dorso-lombare o toracico inferiore e d. addomino-pelvico. Il passaggio lombo-sacrale è differente per la fusione delle vertebre sacrali in una unica struttura: il sacro. Questo, articolato con il coccige regge la dinamica del diaframma pelvico attraverso fasci e muscoli che governano il diaframma pubo-coccigeo (mio-fasciale).

Anche l’alternanza dei “volumi” ha risvegliato la mia curiosità: volumi chiusi e volumi aperti, difesi e indifesi, partendo dal cranio (C0) poi passando al tratto cervicale, dorsale (nel torace assieme a coste e sterno), poi lombare e infine sacro (nel bacino assieme ad ali iliache e pube).

Le vertebre, da C0 a S/Co, presentano orientamento spaziale e forma che si differenziano in base al loro ruolo prevalente: che sia di mobilizzazione o di sostegno.

Le articolazioni tra le singole vertebre identificano, tramite il loro orientamento, queste due funzioni.

Logica ci appare la variabilità di queste in relazione alla fisiologia delle curve: un piano frontale stabilizza antero-posteriormente ma consente un dinamico movimento di inclinazione laterale; così come un piano orizzontale stabilizza e regola i movimenti rotazionali ma limita gli scivolamenti anteriori e posteriori; in ultimo un piano sagittale limita le inclinazioni laterali ma permette una maggiore mobilità antero-posteriore.

La forma delle vertebre segue bene il concetto stilliano di forma e funzione. Vertebre massicce nel corpo e nell’arco posteriore per ben sopportare il carico e vertebre più esili per rendere più ampi i movimenti. Dobbiamo anche considerare che questo non dipende dalla postura eretta, almeno non solo da quella. Se si osserva lo scheletro di un quadrupede questa progressiva diminuzione di volume e maggior finezza delle forme progredendo caudo-craniali è ben evidente. Avete mai osservato lo scheletro dei grandi mammiferi o dei dinosauri nei musei?

“Pietra dello scandalo” per alcuni ma pietra angolare, per altri, nella costruzione di un modello sono gli studi a cui ho fatto riferimento: i classici rilievi scientifici operati da Fryette nel suo libro “Principi della Tecnica Osteopatica” (Fut.Ed.)>> (…grazie alla collega osteopata Barlafante della Scuola di Pescara che ne ha curato la prefazione).

<<Perché Fryette? Perché da qui si può e deve partire rendendo merito a lui per avere legiferato (non nel senso giurisprudenziale!)  e regolamentato i movimenti delle vertebre. Troppo semplice? Superato? Beh provate a trovare una alternativa a Pitagora, che sia altrettanto semplice, nello studio dei triangoli!

L’Approccio globale: questo principio porta a concepire il rachide non solo come una struttura portante ma come un punto di arrivo e partenza, uno snodo di scarico e di recupero di informazioni che si integrano tra loro. Il trattamento strutturale, inteso in senso ampio per le tecniche utilizzate, non ha però ripercussioni solo ed esclusivamente biomeccaniche, poiché non si può prescindere dalla correlazione tra disfunzioni delle strutture proprie del rachide e quelle delle altre strutture che con questo hanno intimi rapporti: fasce endorachidee; fasce e visceri cervicali, toracici, addominali e pelvici; sistemi neurovegativi orto- e para-simpatici.

Quando il tratto lombare si mantiene in condizioni di neutralità, con appoggio sul disco, le vertebre cercheranno continuamente l’adattamento alla loro posizione di “galleggiamento”. Come un equilibrista su di una sfera continuerà a cercare il punto di equilibrio per mantenersi orizzontale rispetto al piano di normalità. Se questo fosse inclinato verrebbe da lui visto e interpretato in funzione delle linee di forza che lo tengono spinto verso il piano d’appoggio ma anche alla gravità. È la gravità che lo sostiene, come Archimede aveva interpretato e poi tradotto in legge fisica. Quindi la neutralità avviene per appoggio discale. Ma ne siamo sicuri? O almeno … siamo certi che sia solo il disco a reggere il tutto? Forse conviene approcciarci da un punto di vista filologico. Da quando ci siamo “eretti” abbiamo dovuto vincere tutta una serie di problemi legati alla tendenza a “cadere”. Questa caduta viene sempre controbilanciata dal mantenimento di un tono muscolare che, sfruttando gli agganci e le relazioni con le strutture osteo-articolari, consente di mantenerci all’inpiedi.>>

E allora godiamoci Bolt, Blake e tutti gli altri olimpionici che ci insegnano, divertendoci, come il movimento possa arrivare cosí in alto.

…tutto il resto è storia già scritta e vissuta ma ve n’é molta altra  ancora da scrivere e vivere

DB

** J Bodyw Mov Ther. 2011 Jan;15(1):92-102. Epub 2009 Dec 17.

Osteopathy and (hatha) yoga – Liem T.

Source

Osteopathie Schule Deutschland, Institute of Integrative Morphology, Frahmredder 16, 22393 Hamburg, Germany. tliem@osteopathie-schule.de

Abstract

Differences and points of contact between osteopathy and yoga as regards their history and practical application are outlined. Both seek to promote healing. Yoga seeks the attainment of consciousness; osteopathy aims for providing support to health. One fundamental difference is the personal involvement of the individual in yoga. Teacher and student alike are challenged to re-examine the attitudes of mind they have adopted toward their lives. Osteopathy generally involves a relatively passive patient while the osteopath is active in providing treatment. Practical examples are used to highlight points of contact between yoga and osteopathy. The text includes a discussion of the importance of physicality and a description of ways of using it in healing processes. Furthermore, processes of attaining consciousness are outlined. Possible reductionist misconceptions in yoga and osteopathy are also pointed out. Fundamental attitudes and focus that complement each other are presented, taking the concept of stillness as a particular example.

Copyright © 2009 Elsevier Ltd. All rights reserved.

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L’evoluzione di un progetto e l’anticipazione de “l’ecografia per gli osteopati”

In questo breve articolo vorrei tentare di spiegare quale è stata la storia e l’evoluzione di un progetto, di un concetto per me assai importante, cercando di chiarirne i punti essenziali e di dare prospettiva alla sua diffusione nell’ambito osteopatico.

Da quando nel 2002 iniziai a utilizzare, testandola, l’indagine ecografica come metodo non-solo clinico ma anche come strumento di verifica per le procedure manipolative osteopatiche, mi apparve da subito come meravigliosa modalità di osservazione anatomica in tempo reale.

Il primo nome che attribuii a questa idea (“metodo” non lo era ancora!) fu A.E.T.D. (Anatomia EcoTomografica Dinamica) acronimo che successivamente avrebbe risentito dell’essere poco internazionale (all’estero risulta indiscutibile l’uso degli acronimi per lo più in lingua inglese). La necessità di una sua più ampia diffusione emerse nel 2008 quando il mio caro amico e collega Paolo Tozzi mi coinvolse in un grandioso obiettivo per il futuro, il 2°, Fascia Congress che si sarebbe tenuto ad Amsterdam dal 27 al 30 ottobre 2009. Ecco che insieme coniammo l’acronimo D.U.S.T.A. (Dynamic UltraSonographic Topographic Anatomy) e la sua variante D.U.S.T.A.E., dove “E” sta per Evaluation.

Questo acronimo verrà da qui in poi utilizzato nelle varie pubblicazioni oltre che nei Congressi a cui avremmo in seguito partecipato sia io che Paolo, nelle rispettive “mission” per ambiti medici o osteopatici.

Nel 2011, durante l’annuale Congresso Nazionale della S.I.U.M.B. (Società Italiana di Ultrasonologia in Medicina e Biologia) tenutosi a Roma, per la prima volta verrà cambiato in F.U.S.E. (Fascial-motion UltraSonographic Evaluation – pronuncia fjuːz) per l’utilizzo in ambito diagnostico e nella sua variante F.U.S.Æ. (Fascial-motion UltraSonographic Anatomic Evaluation – pronuncia fjuːz) per il suo utilizzo nel training e nell’applicazione negli ambiti funzionali delle terapie manuali, con particolare riferimento alla medicina osteopatica.

I motivi di questo cambio sono nati sul campo perché di fatto il mio approccio all’anatomia topografica dinamica si era progressivamente focalizzato nell’osservare in particolare le relazioni dinamiche tra le fasce, i movimenti fasciali (fascial-motion) che si sviluppano tra gli organi anatomicamente adiacenti (anatomic) e nella loro valutazione (evaluation). Il solo riferimento alla anatomia eco-topografica ne avrebbe ristretto le possibilità.

L’interesse per la modalità di applicazione diagnostica è in crescita anche se non ancora definite delle linee guida (ndr: work in progress per il prossimo SIUMB 2013) da estendere ad altri medici ecografisti. Nella mia esperienza come “medico ecografista” non sono attualmente  pochi sia tra i medici specialisti sia tra gli osteopati e fisioterapisti quanti chiedono una valutazione dinamica ad es. della spalla piuttosto che del rene. Il percorso è lungo ma questi sono i tempi che ci si deve aspettare.

L’ulteriore utilizzo dell’ecografia in ambito osteopatico sta rivolgendosi alla identificazione dei reperi anatomici  viscerali ai quali sto lavorando per portare ad una verifica che confermi gli attuali reperi o una loro variazione (“New tags in visceral osteopathy”) di cui anticiperò nei prossimi articoli alcuni elementi.

L’impegno di una diffusione di questo modo di utilizzare l’imaging  ecografico è in fase di  standardizzazione e verrà progressivamente  l’utilizzo della metodica F.U.S.Æ. agli osteopati nel momento in cui verrà riconosciuta la nostra professione, così come già esistono corsi per acquisire la metodica nota come RUSI (Rehabilitative Ultrasound Imaging), accreditata per fisioterapisti. Difficile comprendere quali saranno le differenze tra  Medici Ecografisti e Osteopati Ecografisti, occupandosi i primi anche degli aspetti patologici per la diagnosi e la cura mentre i secondi nell’ambito disfunzionale per ottimizzare le tecniche e per il feed-back, grande anello mancante della medicina diagnostica classica; serve inoltre renderle reali queste applicabilità ed anche queste differenze senza che però siano un limite al loro utilizzo.

Molte sono infatti le riserve (annose e ricorrenti discussioni in ambito congressuali delle Società scientifiche sull’utilizzo esclusivo…per questo ho iniziato anche a parlare di osteopatia nei congressi nazionali di ecografia) sull’utilizzo delle procedure di utilizzo dell’ecografia da parte dei “non medici”…dimenticandoci che in molte altre nazioni la figura del sonographer è di fatto riconosciuta.

Sono conscio che la differenza tra fare una ecografia per esprimere una diagnosi e farla per valutazioni funzionali sia molto fine, soprattutto dipendente dall’operatore che deve averre ben chiara la differenza delle competenze, ma ritengo da clinico, per la mia provenienza, che se la diagnosi è di fatto un problema che interessa i medici è indubbio che gli aspetti funzionali debbano essere fruibili da altri terapeuti a patto che abbiano conseguito competenze, conoscenza e professionalità.

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Bio’s

Il Dott. Davide Bongiorno nasce a Milano nell’agosto del 1962.

Laureatosi in Medicina e Chirurgia presso l’Università di Milano nel 1989 si iscrive successivamente alla Scuola di Specializzazione in Chirurgia Generale (diretta inzialmente dal Prof. G. Pezzuoli e successivamente dal suo prezioso associato Prof. Roviaro assieme al Prof. P. Pietri). A quel tempo, già dal 1986, svolge attività come Studente e successivamente come Medico Interno nel Reparto di Clinica Chirurgica e Chirurgia Toracica dell’H.S.Paolo (Dir. Prof. G.Vincre).

Dal 1990 al 1991 svolge servizio militare, terminato il 104° Corso AUC alla Scuola di Sanità Militare di Firenze ed ottenuta la nomina come SottoTenente Medico di complemento (STenMed cpl) svolge attività per 12 mesi presso la Scuola Militare Alpina di Aosta (SMALP).

Lasciata nel Giugno 1992 Milano per l’Ospedale Civile di Vimercate (a quei tempi in provincia di MI ora MB) diretta dal Dott. Curzio Villa,  vince nel successivo Dicembre del 1993 il concorso pubblico per Assistente Medico presso la Div. di Chirurugia Ia.

Nel 1994 si consegue la specializzazione in Chirurgia Generale e rimane nel ruolo di chirurgo ospedaliero sino al 2001 decidendo di dimettersi per proseguire le due attività che dalla metà degli anni ’90 aveva parallelamente iniziato a completamento della formazione e dell’attività svolta nelle sedi di reaprto, ambultario e Pronto Soccorso: l’ecografia e l’osteopatia.

Dal 1996 al 2001 frequenta infatti il C.E.R.D.O. (Centre pour l’Etude, la Recherche et la Diffusion Osteopathiques) scuola privata di formazione in Osteopatia, diplomandosi come Osteopata (D.O.) nel 2002.

In precedenza, dal 1994, frequenta la sezione di ecografia dell’Ospedale di Vimercate diretta dal Dott. Tito Livraghi, avendo come insegnante e riferimento la Dott.ssa Franca Meloni.

Nel 2000 inizia a svolgere attività di tutor nel Corso Nazionale di Ecografia organizzato dalla Società Italiana di Ultrasonologia in Medicina e Biologia (S.I.U.M.B.) di cui ancora oggi ne è socio e collaboratore.

L’esperienza Ecografica si arricchisce professionalmente di esperienze all’Ospedale S.Raffaele-Turro di Milano (Dott. G. Balconi) e in Alliance Medical – CRL di Lissone (MB)

Dal 2002 e successivamente dal 2007 svolge anche attività di docenza presso due scuole di osteopatia italiane: C.E.R.D.O. e A.T.S.A.I. (A. T. Still Academy Italia)

Dal 2002 inizia a standardizzare l’indagine ecografica come metodica di validazione delle procedure e tecniche osteopatiche: questo sfruttandone i caratteri dinamici e nell’osservazione del movimento delle strutture oggetto di indagine. Inoltre l’ecografia gli appare come un metodo di studio anatomico real-time perfetto per gli studenti di osteopatia: una anatomia ricostruita, realistica ma soprattutto, come già detto, “dinamica” rispetto alle abituali lezioni di anatomia statica e alle dissezioni anatomiche su cadavere.

Dal 2008, anno in cui inizia e si dona corpo e struttura al metodo chiamato Dynamic UltraSonographic Topographic Anatomy (D.U.S.T.A.) sostituito attualmente dalla metodica di studio e valutazione chiamata F.U.S.A.E. (FASCIAL-MOTION ULTRASONOGRAPHIC ANOTOMIC EVALUATION). Dalla preziosa collaborazione con il collega e amico Dott. P. Tozzi (ricercatore, referente e osteopata della scuola C.R.O.M.O.N. di Roma) si diffonde la metodica in ambienti scientifici di ricerca collegati all’osteopatia, alle terapie manuali, alle Fasce (Amsterdam, Los Angeles, Vancouver, Ulm) e in ambito ecografico (Congressi Nazionali di Torino 2010 e Roma 2011 della S.I.U.M.B.).

SEDI PROFESSIONALI

Come Ostetopata opera in provincia di Monza e Brianza presso Concept* e a Milano presso Studio O.P.** mentre come Ecografista in provincia Monza e Brianza dal 2001 al CRL-Alliance Medical*** e prossimamente a Milano (T.B.A.)

* Via Valassina 30 – 20851 Lissone (MB) – +393355449466

**Galleria Strasburgo 3 (ang. Via Durini) – Milano – +393355449466

*** Via G. Mameli 42 – 20851 Lissone (MB) +39039461022

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